Apr 4, 2015 - NOTIZIE DAL MONDO    No Comments

Il massacro di Garissa.

147 studentesse e studenti uccisi con una ferocia inaudita.

Due giorni fa, in Kenya, il gruppo di miliziani islamici fondamentalisti denominato Al Shabaab ha fatto irruzione nel College di Garissa, selezionando i ragazzi e le ragazze in base alle loro credenze religiose.

Dopo aver liberato i ragazzi di fede islamica, è iniziata la carneficina per i cristiani.

Garissa-University-College

Questo drammatico evento, compiuto nella culla del sapere, ovvero all’interno di un’università, è l’ennesimo in ordine cronologico da alcuni mesi. La battaglia che molte fazioni, legate all’integralismo islamico, stanno conducendo è contro gli infedeli. Continui attacchi terroristici, rastrellamenti e carneficine nei confronti di anziani, donne, giovani e bambini di origine ebraica o cristiana. Questo tema deve divenire centrale nel dibattito europeo ed internazionale, più di quanto lo sia oggi.

Non concordo sul fatto, come scrive dalle pagine de Il Foglio, Giuliano Ferrara, che si debba intraprendere un “guerra giusta”, anche perché ho difficoltà ad individuare la ratio che accosta le due parole. Ma ritengo, come lui, che si sia di fronte ad una vera “crociata” verso gli infedeli, di qualsiasi fede che non sia l’Islam.

Siccome l’Islam  non è l’Isis, non è Al Qaeda, non è l’attacco di Charlie Hebdo, non è la strage di Boko Haram e non è nemmeno la carneficina di Garissa, è assolutamente necessario che le popolazioni di fede islamica, moderate e non integraliste, maggioritarie nel mondo, si facciano sentire e con il sostegno dell’Europa e dell’Occidente diano un segnale concreto.

La manifestazione di Tunisi dopo all’attentato del museo Bardo è un input, che deve però moltiplicarsi per “n” volte, tendendo all’infinito, affinché si riesca a debellare questa china pericolosa che utilizza le religioni solo come scudo, in chiave strumentale.

Ciò di cui il pianeta non ha bisogno è una guerra tra religioni.

E’ semmai necessario iniziare, noi per primi come europei, a imparare dagli errori e riflettere su politiche serie e strutturali per i paesi del terzo mondo, affinché non diventino le culle degli integralismi. Se questo non verrà fatto, sarà dura liberarci da questa spirale.

 

 

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