Apr 28, 2013 - POLITICA NAZIONALE    3 Comments

Una settimana difficile. Alcune riflessioni.

Lo scorso fine settimana si è consumata una delle pagine più deprimenti nella breve storia del Partito Democratico. Il percorso per l’elezione del Presidente della Repubblica ha mostrato le difficoltà presenti in un soggetto politico (il PD) che ancora oggi, a distanza di cinque anni dalla propria nascita, stenta ad essere un “vero partito”.

Le responsabilità di questa difficile fase che il partito sta vivendo risiedono, con intensità diverse, sia nel candidato premier Bersani che nel suo ex fidante alle primarie, Matteo Renzi.

Alla chiusura delle urne il PD ed il suo leader non hanno dichiarato, come invece era necessario, la sconfitta alle elezioni e si sono trincerati dietro alla fumosa formula della “non vittoria”, evitando di compiere un’analisi organica di quello che era successo con il voto del 25 febbraio.

Quello che le urne hanno stabilito è stato:

– lo sgretolamento del bipolarismo

– l’affermazione di un movimento anti-establishment e populista (M5S)

– la tenuta, relativa, del centrodestra guidato da Berlusconi ed il deludente esito del centro moderato di Monti

In un contesto tale Bersani ha tentato di trovare i numeri per governare cercando di “scongelare” il blocco dei parlamentari a 5 stelle, prima con l’elezione dell’on. Boldrini a Presidente della Camera e successivamente con l’elezione di Grasso a Presidente del Senato. Purtroppo Grillo ha continuato ad attaccare Bersani (ed il PD), prima dicendo che era “un morto che cammina”, poi definendo tutti i parlamentari “puttanieri”, alzando sempre più in alto l’asticella dello scontro e della polemica e non affrontando mai le questioni di merito.

Con la nomina dei “saggi” da parte di Napolitano tramonta l’ipotesi del “governo Bersani” e si apre ufficialmente la fase per l’elezione del nuovo Presidente della Repubblica. In questo frangente il Partito Democratico ha mostrato tutte le sue enormi debolezze, su cui credo dovrà concentrarsi il dibattito interno nei prossimi mesi.

Il segretario, candidato premier, Bersani si fa dare mandato dall’assemblea dei gruppi parlamentari della coalizione Italia Bene Comune (PD, SEL, Centro Democratico) per trovare, su una rosa di nomi, la figura che raccoglieva il maggior consenso tra le forze politiche del Parlamento. Tale mandato viene votato all’unanimità dall’assemblea.

A seguito delle consultazioni il nome che emerge è quello dell’ex Presidente del Senato Franco Marini. Da questo punto in poi “si apre il fuoco” nel partito. Renzi dichiara, prima a La Repubblica poi a Le invasioni barbariche, la sua contrarietà nei confronti di Marini ed invita i suoi parlamentari a non votarlo. Altri democratici come la Moretti, la Puppato, Civati, dichiarano apertamente di non condividere la scelta e di votare difformemente dal proprio partito. La discussione si conclude nell’assemblea dei parlamentari della coalizione di centrosinistra con un’approvazione a maggioranza della proposta di Franco Marini. 

La cronaca sul voto per Marini è nota e segna la prima, vera, sconfitta di Bersani. In particolar modo segna il reale sgretolamento del partito. Come è possibile che venga presa una decisione (dopo una discussione ed una votazione a maggioranza) e una parte del partito faccia tutto il contrario? Si è più “democratici” a fare quello che si vuole nonostante le scelte assunte collegialmente nelle sedi di discussione? A quanto pare è sembrato di si. Lo è stato sia per i parlamentari del PD che per quelli di Sinistra Ecologia e Libertà.

Bersani, a seguito dell’urto su Marini, decide di cambiare “rotta politica” e di individuare un nome che coaguli la sua coalizione e rompa con le altre forze presenti in Parlamento. Si punta su Romano Prodi il quale viene acclamato da tutti i parlamentari all’unanimità. E qui avviene la seconda vera disgrazia, ancor più paradossale della prima: 101 traditori votano contro Prodi facendo mancare all’appello non una decina di voti, come era prevedibile, ma oltre un centinaio. Il “padre fondatore dell’Ulivo” viene letteralmente brasato.

Evidentemente la scelta presa nella precedente assemblea dei parlamentari di votare Marini (poi non rispettata) apre un precedente e alimenta nel gruppo parlamentare del PD la logica del c.d. “bomba libera tutti”. Questi 101 hanno la responsabilità ulteriore, rispetto a coloro che non hanno votato per Marini, di non aver dichiarato prima in modo trasparente le loro intenzioni di voto, ma non sono più colpevoli di altri del pessimo esito di questa vicenda.

Ricapitolando, a mio avviso gli errori sono stati compiuti:

– da Bersani, il quale non ha saputo dialogare con i propri dirigenti locali e regionali di partito, e in seguito con la propria base, sull’evolversi delle vicende e sulle evidenti difficoltà di rapporto con il Movimento 5 Stelle. Bersani ha continuato a raccontare del “governo di cambiamento” quando era evidente l’impossibilità di un accordo con Grillo e le uniche soluzioni risiedevano o nel ritorno alle urne o nel governo di emergenza nazionale con il PdL e Monti. Questo atteggiamento ha comportato un distaccamento tra la dirigenza nazionale ed il suo elettorato.

– da Renzi, il quale in una fase delicatissima ha preferito esprimere le sue perplessità politiche non nelle sedi opportune, come la direzione nazionale del partito o l’assemblea dei parlamentari, ma sui quotidiani nazionali e nei talk show televisivi. Come mai in direzione (fatta in streaming) e nell’assemblea dei parlamentari si è votato tutto all’unanimità e poi si è generato confusione una volta emerso il nome di Marini? Non si poteva intervenire subito quando Bersani aveva lanciato la rosa dei nomi da presentare alle altre forze politiche, esprimendo le problematiche emerse poi successivamente? A cosa serve l’unanimità di facciata se poi ci si deve dividere e si deve discutere ed affrontare i problemi con le interviste sui quotidiani? Questa modalità non la reputo seria e mi spiace venga caldeggiata, non solo da Renzi, ad ogni piè sospinto.

– da SEL. Vendola, come per tanti parlamentari del PD di ogni provenienza, ha votato all’unanimità la rosa di Bersani e poi ha dichiarato di non votare Marini e di votare Rodotà. Nonostante lo avesse sottoscritto in campagna elettorale, è stato tra i primi a tradire il punto numero 10 della Carta d’Intenti del centrosinistra, il quale recitava che “su temi delicati le decisioni si prendono nelle sedi opportune a maggioranza e si va in aula con un’unica posizione”. Al primo problema ed alla prima votazione a maggioranza, SEL si è ben guardata dall’attenersi alla decisione della maggioranza dei votanti ed ha votato un altro candidato. Anche questo elemento è sintomo di serietà politica?

Chiudo questo intervento dicendo ciò che penso su Rodotà e sul rapporto con il PD.

Ovviamente non ho un giudizio negativo sulla persona, lo ritengo una figura di grande spessore istituzionale. Però mi chiedo: come mai Rodotà non ha chiamato Bersani quando ha visto che il suo nome circolava veramente in alcuni ambienti, come quelli vicini al M5S? Come mai non ne ha discusso con il leader del suo partito, il PD, prima di montare “armi e bagagli” nella scialuppa di Grillo? Ha perso, purtroppo, credibilità rendendosi disponibile a questo scontro frontale, prima con Marini, poi con Prodi ed infine (inspiegabilmente) anche con Napolitano. Inoltre a tutto ciò, non mi spiego come mai un “garante” della Costituzione come Stefano Rodotà non abbia espresso (immediatamente) parole ferme e nette di contrasto alle deliranti affermazioni di Grillo, inerenti al “golpe” e alla ” marcia su Roma”. A dire il vero Rodotà si è espresso ma con un imbarazzante ritardo, soltanto il giorno dopo la rielezione di Napolitano.

Rodotà non solo ha tardato ad esprimersi sulle affermazioni di Grillo ma ha anche dimostrato incoerenza, poiché lui stesso con un’intervista a Left, dal titolo “Svegliati, Sinistra”, aveva esortato le forze progressiste a porre attenzione ad un movimento populiste e tendenzialmente fascistoide come il nascente Movimento 5 Stelle.

Alla fine credo che queste vicende e gli errori che sono stati commessi abbiano posto al centro della riflessione il tema vero: il Partito Democratico deve diventare un partito con un proprio profilo politico oppure deve rimanere “prigioniero” in balia del leader di turno? Si vuole sciogliere i nodi politici che non sono stati mai affrontati dal 2007 ad oggi, oppure ci vogliamo nuovamente sottrarre da tale discussione per rendere tutto una mera competizione tra nomi?

Io vedo in questa triste e penosa vicenda dell’elezione del Presidente della Repubblica il “trampolino di lancio” per affrontare, finalmente, una discussione politica su come il PD intenda immaginare l’Italia nei prossimi decenni e rispondere ad una crisi che oramai è diventata di sistema.

Da questo punto di vista è bene che si apra una fase congressuale vera, fatta di politica e non di tattica.

3 Comments

  • Credo che la tua analisi sia giusta, ma sono ancora piu’ convinto che quanto e’ successo e’ passato e dobbiamo guardare al futuro. Anche con il mal di pancia non deve mancare il voto di fiducia al Governo da parte di tutti i nostri parlamentari.
    In secondo luogo dobbiamo prepararci al congresso in modo strutturato intorno ad un candidato che ci rappresenti, o meglio abbia idee condivisibili su lavoro diritti e wellfare.
    Non escludo di sentir parlare di questi temi anche a Matteo Renzi, quindi attenzione!
    Un abbraccio Claudio

    • Caro Claudio, non ho riportato in questo articolo le mie valutazioni sull’attuale governo di Enrico Letta, ma erano abbastanza conseguenti. Io credo che date le condizioni di contesto questo di Letta sia un ottimo governo, con personalità importanti di tutti gli schieramenti. Vi è stata una direzione nazionale, dopo le dimissioni di Bersani, che ha votato a larga maggioranza un documento di sostegno al governo di emergenza. E’ bene che tutti i parlamentari si adeguino alla decisione presa collegialmente, poiché non vi sono in questa votazione questioni “etiche o di coscienza”. Consiglio umilmente a chi utilizza queste argomentazioni di riflettere bene, perché sta compiendo l’ennesimo errore e sta tradendo il senso di appartenenza ad un partito.
      Ritengo allo stesso modo che si debba mettere al centro il merito e come immaginiamo la sinistra nel nuovo millenio, quindi uscire dallo schema dei Fassina contro i Renzi, etc etc.

  • P.S.
    Su Rodota’ ti ricordo il casino che fece quando gli fu preferito, dal partito, Giorgio Napolitano come presidente della Camera.
    Era invotabile dal PD.

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